Arriviamo a Phnom Penh via fiume, risalendo il Mekong da Chau Doc dopo qualche giorno nel Delta del Mekong. A differenza della zona attorno a Chau Doc che abbiamo appena lasciato, dove l’insediamento umano si è fatto spazio plasmando il paesaggio, lungo le sponde del Mekong sembrano essere le case ad adattarsi alla foresta, che offre riparo dietro le sue rigogliose fronde; ogni tanto le case si scoprono di un lato, come giocassero a nascondino, mostrando i profili di lamiere colorate e di vita della grande madre. Altre abitazioni, più vicine al fiume, sono erette su dei pali in legno, ne avevo già viste di simili arrivando a Chau Doc vicino alle risaie, quando l’acqua e la terra non erano più elementi così distintamente separati.

Arriviamo dopo meno di mezz’ora al confine, il ragazzo della barca ci aveva fatto precedentemente compilare le carte per la VISA (per cui serve anche una fototessera classica) e se non avessimo trovato un gruppo numeroso prima di noi, ci avremmo davvero messo pochi minuti. Eravamo comunque tra i primi, a breve si sarebbe creata una coda importante per il riconoscimento all’immigrazione cambogiana.

Sulle acque del Mekong navighiamo verso nord vicino alla riva ovest, così che di quella opposta si riesce solo a vedere la cresta verde che gli alberi disegnano sull’orizzonte, nella vegetazione solo qualche punto di colore; tra gli alberi, infatti, fanno capolino, alzandosi con forza, i templi con i loro tetti spioventi, ali ampie con piume dal vessillo rosso mattone e cornicioni dorati dai cui angoli prendono vita bestie straordinarie, statue, anch’esse dorate. Sulla riva potrebbe capitarvi di vedere anche Buddha a grandezza naturale o altri idoli, probabilmente induisti, che sembrano quasi invitare l’avventore navigante ad attraccare, nulla sfugge all’attento controllo di statue leonine che sono poste a guardia dei luoghi sacri o ne accompagnano le scalinate.

Cullato dal Mekong tento di resistere al sonno, presto cederò guardando disteso il ripetersi interminabile delle piantagioni, degli alberi da frutto, delle palme da cocco, dove l’anomalia, la variabile inattesa, è l’attività industriale umana: i grandi cargo dai container colorati, le navi che dragano il fiume con lunghe braccia dentate mi suggeriscono che ci stiamo piano piano avvicinando alla capitale e ne fanno, in qualche modo, da guardiani.

Quando le onde prepotentemente rotte dalla nostra barca iniziano ad intrufolarsi audacemente dal finestrino del mio vicino di posto, bagnandomi, vengo svegliato; qui, alle porte di Phnom Penh, la grande madre è più increspata per il maggior traffico fluviale. Ancora qualche minuto e scendiamo in Cambogia.

In Cambogia il mezzo di spostamento principale è il Tuk Tuk e non dovrete mai sforzarvi a cercarne uno, verranno loro da voi. Così appena scesi dal porto, veniamo accolti da October, un ragazzo che con abilità ci strappa subito la promessa di richiamarlo il giorno dopo per farci da driver, oltre ovviamente a portarci subito all’hotel. Scusate, i Tuk Tuk sono delle moto tagliate a metà, so che è difficile immaginarlo, la cui parte anteriore sino al sellino è collegata ad un carro posteriore a due ruote. Ci sono diversi tipi di Tuk Tuk a seconda di come è allestito il carro: alcuni sembrano effettivamente dei vecchi carri per persone, con morbidi sedili in gomma piuma e rivestimenti colorati (tipo cambogiano), altri ancora sono delle latte tagliate a metà, gialle o verdi o bianche (il tipo indiano).

Stando a quanto riportava il Phnom Penh Post nel gennaio del 2017, un tuk tuk cambogiano costa tra i 1900$ e i 2900$ (se di seconda o prima mano, rispettivamente), un tuk tuk indiano (Bajaj) costa 2500$ e consuma meno. I tuk tuk indiani, diceva, stanno soppiantando quelli cambogiani: benvenuti nel libero mercato; comunque sia, per chiunque usi una macchina fotografica, i bajaj non vanno bene: essendo ampiamente chiusi limitano la possibilità di scatto in movimento, inoltre ci sono solo tre posti (i cambogiani arrivano sino a quattro).

Pur essendo a “soli” 220km (all’incirca la distanza tra Padova e Milano) Phnom Penh ha tutto un altro sapore rispetto a Ho Chi Minh. Tutto sommato, mi sembra che qui lo stile di vita si avvicini più al nostro, per quanto possibile. Phnom Penh è meno popolosa rispetto a HCM e questo, probabilmente, influisce anche sul mantenimento della città, ma qui mi sento più vicino alla popolazione locale e più a mio agio. Le attività commerciali, ad esempio, si trovano, come sul Delta del Mekong, fronte strada per accogliere gli avventori e buona parte di queste ha una tenda di stoffa o una copertura di latta a riparare dalla pioggia, qualche passo sul marciapiede davanti, ma qui, dietro l’attività, si sviluppano quasi sempre case o palazzi in muratura. La distinzione tra luogo di lavoro e di vita sembra esserci, la cosa mi fa percepire questo popolo più simile a me di quanto non abbia sentito il vietnamita.

Le mie sono solo impressioni. La Cambogia rimane una delle più povere nazioni in Asia: con il 13.5% della popolazione nel 2014 sotto il livello di povertà (47.8% nel 2007).

A Phnom Penh vivono 1,5 dei 14 milioni della popolazione della Cambogia (solo a Ho Chi Minh, invece, vivono 6,6 milioni di persone), il traffico è decisamente ridotto e all’enorme numero di tuk tuk si alternano motorini, si sfrecciano accanto senza esclusione di colpi.

La corruzione secondo le ultime indagini rimane un importante rischio per gli investitori, la Cambogia si piazza al 161esimo posto su 180 per il Corruption Percepition Index del 2017.

Dei pochi giorni che passiamo nella capitale, ne dedichiamo uno intero alla storia; se siete a Phnom Penh non potete mancare Choueng Ek e Tuol Sleng, la moderna Cambogia passa necessariamente per questi due luoghi.

Durante il regime Khmer (dal 1975 al 1979) a Choueng Ek sono state brutalmente ammazzati decine di migliaia di cambogiani. Quando siamo arrivati, alle 9.30 circa, eravamo davvero i primi. Consiglio di venire anche prima potendo per poter pensare nel silenzio assordante di questo posto, prendete l’audioguida che è estremamente esaustiva.

La visita ci coinvolge così tanto che le ore passano e senza che neanche ce ne accorgiamo arriviamo a Tuol Sleng a metà giornata. Senza nessuna coda (non abbiamo mai fatto alcuna coda per nessun biglietto, per quanto il turismo sia aumentato in Cambogia, a Phnom Penh siamo ancora lontani dai numeri di Siem Reap) entriamo in quello che per quattro lunghi anni è stato il centro di detenzione e tortura del regime Khmer.

Tuol Sleng è terrificante. Le storie, anche in questo caso dell’audioguida, lasciano senza parole.

Ci prendiamo del tempo per discutere e riflettere dopo queste due visite, anche perché, nel momento in cui mettiamo piede fuori dall’ultimo edificio, un monsone ci sferza e siamo costretti a ripararci sotto una tettoia.

Assorto nei pensieri, mentre scruto l’aspetto spettrale e squadrato di Tuol Sleng, in mezzo a quella tempesta, con le foglie di palma piegate di lato, arriva una classe di ragazzi cambogiani tutti in divisa, pantaloni scuri e camicia bianca, stoici sotto l’acqua torrenziale portano omaggio alla memoria di una nazione. Effettivamente, ai cambogiani interessa poco che piova o meno, le attività non si fermano, si continua a camminare, a lavorare, a correre come matti in tre sul motorino, a mangiare uno spiedino o dei noodle o un num pang (la versione cambogiana del famoso banh mi, il panino street food tipico del Vietnam) al carretto di fiducia lungo la strada, fa parte della loro vita, la pioggia, come la storia di questo folle genocidio.

A Phnom Penh, davvero una capitale gentile, la vita non scorre poi così veloce come nel Delta del Mekong. L’architettura Khmer, che si fonde spesso a tratti più raffinati delle terrazze (forse eredità del gusto coloniale francese), fa da cornice ai pomeriggi oziosi al museo nazionale, dove ci sediamo all’ombra del giardino interno a leggere dei miti induisti e delle divinità protagoniste di queste fantastiche storie, o al Royal Palace in cui è facile perdersi tra le stupa orlate e i palazzi dorati. Phnom Penh è da girare a testa in su, con gli occhi puntati lontano dal suolo (e questo comporta che io inciampi spesso, cosa abbastanza rischiosa dato che altrettanto di frequente si trovano lungo i marciapiedi cumuli di immondizia, data la totale assenza di cassonetti).

Al Royal Palace non sarà strano incontrare dei monaci buddisti, ed in generale non sarà difficile incontrarne a Phnom Penh; se ne vedono spesso camminare in gruppi o seduti con le gambe di lato, a causa della lunga gonna arancione, nel posto del passeggero di un motorino. Questi monaci si recano a Phnom Penh poiché qui, nell’area del Royal Palace, è custodito il Buddha di Smeraldo. Si trova su un alto trono, all’interno della Pagoda d’Argento, un luogo a suo modo magico, nonostante i molti turisti, si possono trovare molti devoti, che entrando, rigorosamente scalzi, si fermano prima ad ammirare e poi, inginocchiati con le mani congiunte alte sopra la testa, a pregare e rendere omaggio alla verde lucentezza del Buddha.

Lasciamo troppo presto la capitale della Cambogia, per dirigerci a Nord verso Battambang, ho la sensazione di non aver assaporato abbastanza di questa città, datevi tempo... se ne avete!

 

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